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Quale federalismo fiscale

Calderoli o non Calderoli, il federalismo fiscale è necessario per il Paese. L'Italia è in mezzo al guado, tra una Costituzione riformata in senso federalista nel 2001, e un assetto della finanza locale inadeguato e indebolito dal centralismo di ritorno degli ultimi anni. Serve una riorganizzazione profonda, che se ben congegnata può dare una spinta importante alla riqualificazione della finanza pubblica, responsabilizzando gli amministratori locali nell'uso dei soldi dei contribuenti (Comuni, Province e Regioni controllano quasi un terzo della spesa pubblica) e costruendo una perequazione meno di facciata e molto più focalizzata sul livello e l’efficienza di servizi pubblici essenziali che in molte regioni oggi esistono solo sulla carta. Questi, parafrasando Pierluigi Bersani, sono i "prosciutti" che il federalismo fiscale - se realizzato con intelligenza - può portare con sé. Certo, l'attuazione dell'articolo 119 della Costituzione non è la panacea di tutti i mali e tanto meno un pranzo di gala: implica un cambiamento notevole nell'organizzazione della finanza territoriale, con vincitori e perdenti. Il discrimine è l'orizzonte di questo cambiamento: condivisibile e auspicabile se l'obiettivo è una maggiore efficienza ed equità della finanza territoriale, premiando gli enti virtuosi e colpendo quelli che sprecano il denaro pubblico. Negativo e da contrastare se punta a favorire "a prescindere" alcuni territori a danno di altri. La cosiddetta “bozza Calderoli” ha messo in soffitta il progetto lombardo (sostenuto da PDL e Lega Nord alle politiche 2008) con il suo insostenibile egoismo territoriale. E’ un dato politico significativo, che il PD deve rivendicare per quota parte. La proposta attualmente in discussione parte dalle funzioni attribuite agli Enti territoriali, e disegna un'architettura finanziaria non lontana da quelle proposte dal Governo Prodi e dalla Conferenza delle Regioni. Certo, ci sono parecchi aspetti da chiarire, altri da definire meglio, altri ancora da cambiare. Manca, soprattutto, la traduzione in numeri della riforma, condizione indispensabile per una vera discussione di merito. Ma nei princìpi fondamentali della “bozza Calderoli” non c'è l'eutanasia dello Stato centrale, né la rottura dell'unità nazionale. C'è lo spazio per un possibile confronto tra la maggioranza e l'opposizione. In Parlamento e nel Paese. Serrato, senza sconti, senza tatticismi. Chi governa il Paese ha il dovere di lavorare ad una larga convergenza sul federalismo fiscale: parliamo di una fondamentale riforma di sistema, che investe il rapporto tra le Istituzioni centrali e periferiche e i diritti civili e sociali che la Costituzione garantisce a tutti i cittadini. La ricerca di una soluzione condivisa, dunque, non è una gentile concessione e non può limitarsi al disegno di legge delega. Ai decreti attuativi sarà affidata la definizione di aspetti apparentemente di dettaglio, ma in realtà di enorme importanza: la fissazione dei LEP (i Livelli Essenziali delle Prestazioni) di sanità, assistenza e istruzione; le regole di funzionamento dei fondi perequativi; l'assetto dei tributi propri e delle compartecipazioni ai tributi erariali attribuiti agli Enti territoriali. Per questo, sull’attuazione delle deleghe va previsto sin dall'inizio un percorso di discussione rafforzato, sia in Parlamento che nel rapporto con gli Enti decentrati. Quanto al merito, il PD non può giocare di rimessa. Deve definire una propria organica proposta di riforma, che incalzi il centrodestra su elementi fondamentali quali la riorganizzazione dell'autonomia tributaria degli Enti (che non può avvenire a colpi di estemporanee e fantasiose nuove imposte locali); la definizione dei LEP (sarebbe inaccettabile utilizzare il federalismo fiscale per ridimensionare il livello dei servizi pubblici essenziali); la perequazione (non può che essere verticale, ma è necessario dare voce alle Regioni sulla gestione del sistema e chiarirne l’evoluzione nel tempo); la transizione verso il nuovo assetto (imparando dai fallimenti del passato: servono tempi certi, ma senza strappi e con la necessaria gradualità); il rapporto tra regioni e enti locali (evitando di mortificare la tradizione municipalista del nostro Paese: se al centralismo nazionale si sostituissero tanti centralismi regionali la soluzione si rivelerebbe persino peggiore del problema). Un nostro contributo può aiutare a definire meglio di quanto faccia la bozza Calderoli aspetti importanti quali il sistema dei controlli (il PD lombardo ha proposto un'Agenzia indipendente per il monitoraggio dei flussi finanziari, dei costi standard, dei livelli quantitativi e qualitativi dei servizi); l’identificazione di un ambito istituzionale di governo condiviso del sistema Stato-Enti territoriali; la compatibilità del nuovo assetto della finanza regionale con il federalismo differenziato reso possibile dall'articolo 116 della Costituzione. Su tutti questi temi, a nostro parere, il PD ha molto da dire e può costruire una proposta convincente e autonoma. Le tante esperienze di governo locale che vivono dentro il nostro partito possono aiutarci a definire una piattaforma forte e riconoscibile, nel Paese prima ancora che in Parlamento. Anche per questo siamo convinti che nelle prossime settimane su questo nodo cruciale i democratici possano giocare all’attacco.

Antonio Misiani - Deputato PD
Maurizio Martina - Segretario PD Lombardia



Pubblicato il 15/9/2008 alle 10.15 nella rubrica Diario.

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